venerdì 13 luglio 2012

PRESI ALLA POLVERE


Buttai la scatola di preservativi sul letto.
<<Secondo te che cosa sono questi?>>
Mi guardasti sbadigliando. <<Palloncini?>>
<<Sei una gran furba, vero, Maeve? Se fossi altrettanto sveglia a scuola saresti una cima. Sono tuoi?>> Senza dire niente ti girasti verso il muro. <<Sono molto deluso di te>> dissi.
<<Be’, non sei contento che li ho usati? Così non ho fatto la fine di mamma>>.
<<E con questo che vorresti dire?>>  Rispondesti sdegnata: <<Lo sai bene>>.
<<No che non lo so>>  <<Sì che lo sai, accidenti. Mammina la lurida puttana>>
<<Come osi parlare così di tua madre?>> <<Ho imparato da te, lo facevi molto spesso>> urlasti. <<Ai tuoi tempi te ne sei uscito con un paio di cosette sul suo conto. Forse te ne sei scordato. Come scordi tutto quello che non ti fa comodo>>. <<Quando ti ci metti sei proprio una piccola stronza>>
<<Oh, lo so, lo so, lo so. Proprio come mammina>> <<Esatto amore, proprio come lei>>
<<Ehi, senti, cambia disco, Billino, d’accordo?>> <<Le somigli così tanto che non capisco perché non te ne torni da lei>>. Ti alzasti a sedere sul letto con gli occhi fiammeggianti. <<Ti ricordo bene>> urlasti. <<Cristo, non pensare che l’abbia dimenticato. So com’eri ridotto, in uno stato pietoso. E mi dici chi cazzo ti credi di essere per venirmi a fare la predica?>>. <<Sono tuo padre, ecco chi sono>>. <<Ma davvero? E come fai a saperlo?>>. <<Lo so, come so che tu sei una ragazza>> ti dissi allora. <<Perché se non lo fossi ti farei assaggiare la cinghia>>. <<Ma certo, dai, non trattenerti. Con lei non ti sei mai trattenuto>>. <<Questa è una balla schifosa. Non ho mai toccato tua madre con un dito>>. <<Magnifico, magnifico, non la picchiavi da mattina a sera. Che cosa vuoi, adesso, una cazzo di medaglia per essere stato il marito modello? Eh, paparino carissimo?>>

Uscì dalla stanza rosso d’ira e me ne andai a fare un lungo giro in macchina. Un paio di notti dopo, ero mezzo addormentato quando bussasti alla porta della mia camera ed entrasti con una tazza di tè per me. Ti sedesti sulla sponda del letto e parlammo un po’. Mi chiedesti scusa per quello che era successo; e così feci io. Decidemmo di riprovarci. M’infilai una vestaglia e scendemmo insieme in cucina, dove scrivemmo una serie di regole sul retro di una busta. Tu non avresti portato a casa i tuoi amici senza dirmelo e io non ti avrei sgridato quando avrei perso le staffe. Tu non mi avresti mentito e io non ti avrei mentito. Ti avrei permesso di passare una notte a settimana a casa di un’amica, a patto che tu riordinassi la tua stanza regolarmente e io sapessi con esattezza dov’eri. E da allora in poi entrambi avremmo cercato – questa era un’idea tua – tutti e due avremmo cercato di moderare il linguaggio.

<<Perché a volte, Billino, il tuo linguaggio è proprio atroce, cazzo>> dicesti. <<Mi dai un pessimo esempio.>>

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